di Patrizia Gentilini

Il 28 novembre 2025 è stato ritrattato con una dettagliata nota[1] l’articolo: “Safety Evaluation and Risk Assessment of the Herbicide Roundup and Its Active Ingredient, Glyphosate, for Humans”, pubblicato ben 25 anni prima con cui si “assolveva” il glifosato, il più diffuso erbicida al mondo, dal sospetto di essere cancerogeno. Il lavoro aveva avuto un ruolo cruciale nel facilitare gli iter autorizzativi dell’erbicida ed era stato ampiamente utilizzato dall’azienda produttrice (Monsanto) per influenzare le agenzie regolatorie e permetterne la commercializzazione. Le principali motivazioni che hanno portato alla ritrattazione riguardano la parzialità degli studi circa l’assenza di cancerogenicità (tutti di Monsanto e non pubblicati), nonché dubbi relativi alla paternità (fantasma) degli Autori e ai potenziali conflitti di interesse cui non è stata data risposta.

Ma come si è arrivati alla ritrattazione? Il merito è di Naomi Oreskes, storica della scienza all’Università di Harvard ed Alexander Kaurov ricercatore, che hanno avanzato la richiesta dopo aver verificato che l’articolo continuava ad essere citato nonostante già da anni fossero emersi, grazie a cause legali intentate da pazienti affetti da linfoma non Hodgkin presumibilmente dovuti all’erbicida, documenti riservati in cui si dimostrava come la Monsanto avesse manipolato il lavoro andando alla ricerca di scienziati disposti a mettere i loro nomi su lavori redatti dall’azienda stessa. Evidentemente nulla di nuovo sotto il sole, ma la storia di questo erbicida – al centro di colossali interessi economici in quanto strategico anche nella produzione di Organismi Geneticamente Modificati (OGM), quali mais, soia, cotone, colza – è emblematica dell’opacità, della connivenza e in definitiva delle frodi esistenti fra interessi commerciali, enti di controllo e agenzie regolatorie.

Può quindi valere la pena ripercorrere le tappe essenziali di questa vicenda. Il glifosato fu brevettato da Monsanto nel 1974 ed il suo utilizzo è cresciuto esponenzialmente a livello globale tanto che se ne stima una media di 0,5 kg su ogni ettaro coltivato nell’intero pianeta. Di pari passo sono aumentati gli interessi economici: il mercato dell’erbicida è stimato in 9.84 miliardi di dollari nel 2025 e si prevede che supererà i 15.28 miliardi nel 2035. La sostanza non è usata solo in agricoltura, ma anche in aree industriali, sedi ferroviarie, argini, etc. ed in molti paesi anche sul frumento in pre-raccolta. Quest’ultimo utilizzo è stato vietato in Italia col DLG 22/08/2016, ma è ancora consentita l’importazione di grano con un limite massimo di glifosato pari a 10 mg/Kg. Il glifosato fu propagandato come prodotto rapidamente biodegradabile, viceversa persiste a lungo nel suolo contribuendo alla sua degradazione e contamina pesantemente, col suo metabolita AMPA, sia le acque superficiali che profonde. AMPA è infatti la sostanza che più si ritrova (65%) nelle acque superficiali del nostro paese ed il glifosato è al terzo posto col 40%.

Anche per quanto riguarda la valutazione tossicologica la storia del glifosato è emblematica dell’approccio riduzionistico che caratterizza la scienza attuale: il glifosato è un potente inibitore di un enzima (5- enolpyruvylshikimate-3-phosphate synthase), essenziale per le piante e per tutti i viventi (compreso le specie microbiche) ad eccezione dei mammiferi e per questo motivo fu ritenuto innocuo per l’uomo. Si trascurò tuttavia che i residui di glifosato presenti nella catena alimentare (e non solo) inducono profonde alterazioni sul microbiota e di conseguenza, dato il ruolo essenziale che il microbiota riveste nel mantenimento della salute, complesse e gravi patologie quali: celiachia, patologie autoimmuni (specie della tiroide), insufficienza renale, malattie neurodegenerative e cardiache, danni al DNA, malformazioni, anemia, osteoporosi, depressione, autismo. Paradossali poi le diverse valutazioni circa la cancerogenicità della sostanza: nel marzo 2015 la IARC classificò il glifosato come cancerogeno probabile (2A) sulla base di prove sufficienti di cancerogenicità negli animali (sufficient evidence), prove evidenti dei meccanismi con cui il glifosato può causare il cancro (strong evidence) e risultati epidemiologici parziali (limited evidence). A distanza di circa 6 mesi dal parere della IARC, l’EFSA /Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) emise un parere diverso e sconcertante ritenendo “improbabile che il glifosato costituisca un pericolo di cancerogenicità per l’uomo”, parere cui si allineò anche l’ECHA (Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche) pur riconoscendo che l’erbicida è fortemente irritante per gli occhi e dannoso per la vita acquatica. Sia EFSA che ECHA basarono le loro valutazioni sul parere fornito dall’Istituto Federale Tedesco per la Valutazione del Rischio (BfR, Bundesinstitut für Risikobewertung), individuato dall’UE come responsabile del processo di valutazione. A differenza di quanto fatto dalla IARC, il BfR tuttavia non ha preso in esame studi pubblicati su riviste peer-reviewed, ma ha considerato per lo più studi non pubblicati, non sottoposti a revisione e soprattutto condotti sul solo principio attivo dalla stessa industria produttrice, quando è ben noto che nel formulato commerciale (quello in pratica usato) sono presenti altre sostanze (additivi, conservanti etc.) che ne aumentano notevolmente la tossicità.

A seguito del parere della IARC sono partite in USA, ma anche in altri paesi, cause legali con richieste di risarcimenti per milioni di dollari da parte di soggetti che si erano ammalati in particolare di linfoma NH a seguito dell’esposizione all’erbicida. Il glifosato è così risultato al centro di vivaci polemiche e sia in Italia che a livello internazionale si sono susseguite dal 2015 in poi iniziative per chiederne la messa al bando. In particolare in Europa nel 2017 fu avviata una Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) con una petizione per spingere l’UE a non rinnovarne l’autorizzazione, petizione che in pochi mesi superò il quorum richiesto di un milione di firme, ma che purtroppo non raggiunse lo scopo dato che nel 2018 l’autorizzazione fu rinnovata per 5 anni! Nel 2023, alla scadenza, addirittura l’UE ha rinnovato l’autorizzazione per altri 10 anni, fino al 2033, non tenendo quindi in alcun conto tutta la letteratura scientifica nel frattempo disponibile, né tanto meno le richieste dei cittadini preoccupati per la propria salute. Sull’azione cancerogena dell’erbicida la parola definitiva è stata verosimilmente posta con la pubblicazione a dicembre 2025 del Global Glyphosate Study[2] , il più grande studio tossicologico mai eseguito sugli effetti del glifosato, condotto dall’Istituto Ramazzini ed altri Centri a livello mondiale. Questo studio ha definitivamente confermato che sia il glifosato che due sue formulazioni commerciali somministrate a ratti per due anni attraverso l’acqua – a dosi attualmente considerate sicure e corrispondenti alla dose giornaliera accettabile (ADI) e al livello senza effetti avversi osservati (NOAEL) dell’UE -inducono la comparsa di tumori non solo a carico del sistema ematopoietico (linfomi, leucemie), ma anche in cute, fegato, tiroide, sistema nervoso, ovaie, mammelle, ghiandole surrenali, reni, vescica, ossa, pancreas endocrino, utero e milza.

Conclusioni

Temo che né la recente ritrattazione del rassicurante studio del 2000 circa l’assenza di effetto cancerogeno dell’erbicida né la pubblicazione dell’ultimo lavoro del Ramazzini che ne conferma viceversa l’azione, siano in grado di cambiare il destino di questa sostanza, ormai ampiamente diffusa nell’intero pianeta e intorno alla quale ruota un gigantesco mercato economico, come più sopra esposto. Tutto il tortuoso iter autorizzativo e le contraddittorie valutazioni tossicologiche che hanno riguardato il glifosato sono l’esempio lampante del consolidato modello secondo cui l’azienda produttrice di una sostanza cerca di ”plasmare” le conoscenze scientifiche nel modo che più le torna utile. Del resto il glifosato è ormai diventato l’emblema di un modello agricolo ormai fallito e le mobilitazioni che si sono registrate negli scorsi anni per la sua messa al bando non erano volte solo a contrastare la sostanza in sé ma puntavano l’indice contro un sistema agricolo industriale ormai sotto il controllo di un sempre più ristretto numero di multinazionali che dettano legge, stabiliscono cosa e come deve essere coltivato, detengono brevetti di sementi, prodotti chimici essenziali e farmaci, senza che il grande sogno di cancellare la fame nel mondo sia stato realizzato. Inoltre l’attuale modello agricolo che richiede un massiccio uso della chimica contamina le acque, riduce la fertilità dei suoli, minaccia la biodiversità e soprattutto compromette la salute di agricoltori e consumatori. L’amara vicenda del glifosato e gli enormi interessi che intorno ad esso ruotano, confermano una volta di più quanto scritto da Devra Davis[3] : “il modo con cui si confezionano le conoscenze sui rischi ambientali ha poco a che fare con i casi della scienza. Ogniqualvolta si solleva una questione di salute pubblica che ha ripercussioni per miliardi di dollari sulla vendita di un determinato tipo di beni l’onere della prova imposto a chi esamina i rischi può diventare tanto elevato da risultare insostenibile”, ma a maggior ragione ciò deve indurci a batterci per una “scienza” davvero al servizio dell’uomo e libera da conflitti di interesse. Pubblicato su Lettera n. 139 gel gennaio 20


[1] Gary M Williams , Robert Kroes , Ian C Munro Retraction notice to “Safety evaluation and risk assessment of the herbicide roundup and its active ingredient, glyphosate, for humans” Regul Toxicol Pharmacol 2025 Dec 4:106006. doi: 10.1016/j.yrtph.2025.106006

[2] Panzacchi S, Tibaldi E, DE Angelis L et al. “Carcinogenic effects of long-term exposure from prenatal life to glyphosate and glyphosate-based herbicides in Sprague-Dawley rats” Environ Health 2025 Jun 10;24(1):36.doi: 10.1186/s12940-025-01187-2.

[3] Devra Davis “La storia segreta della guerra contro il cancro” Editore CODICE