di Vito Totire
Quattro morti in poche ore nella giornata di sabato 9 maggio 2026: tutti “immigrati”. Silenzio del “governo”, i cui ministri sbraitano invece appena un immigrato viene beccato in fallo in una situazione “irregolare”. Lo abbiamo detto da sempre: la contraddizione non è “etnica”. Gli eventi traumatici proliferano non sulla base della provenienza territoriale dei lavoratori, ma sulla base della precarietà del lavoro. Gli immigrati “regolari” non si infortunano più degli italiani; anzi, gli immigrati “regolari” si infortunano meno degli italiani precari/internali.
Chiarito questo, ancora una volta, veniamo agli ultimi eventi.
• Chioggia: anche in questo caso dobbiamo richiamare quanto già detto più volte. Non si può indulgere ancora sul concetto di “infortuni in itinere” addebitando questi eventi alla “sfortuna”. I cosiddetti “in itinere” sono quasi sempre omicidi sul lavoro, in quanto strettamente connessi a costrittività dell’organizzazione lavorativa. Cosa è successo a Lino di Chioggia? Sono le 6.30 del mattino (in realtà sono le 5.30), un furgone va fuori strada e cade in un corso d’acqua: muoiono tre giovani lavoratori di origine marocchina. Il sindaco dice: “Andavano a radicchio”. Se sono le 5.30, a che ora si è svegliato il conducente del mezzo? Dice il sindaco: “Qui ci sono molte curve”. Il rischio è adeguatamente segnalato? Il mezzo era in buone condizioni? Eccesso di velocità per “fare presto” a raggiungere i campi di radicchio? Da tempo riflettiamo sui rischi in agricoltura e, purtroppo, gli eventi luttuosi registrati anche di recente sono enormemente alti e drammatici. “Parliamo di mafia” ha denunciato i particolari della morte (per cancrena) di un bracciante indiano a Salerno. Corrado Seletti ci segnala la morte di un anziano 89enne caduto in un fosso (non ha fatto in tempo a partecipare al “bando Inail” di cui abbiamo parlato ieri). Da lungo tempo registriamo lavoratori (qualcuno usa la definizione di “utenti deboli della strada”), in pratica lavoratori poveri, immigrati o no, che vanno a lavorare in bicicletta (persino per tragitti molto lunghi) e rimangono schiacciati dall’automobilista “frettoloso” di turno che, 9 volte su 10, non si ferma per prestare soccorso. Poi tutti sappiamo che, dal Veneto alla Puglia, la strage di Chioggia, per la dinamica degli eventi, non è stata certo l’unica negli ultimi decenni. Qualche altra volta l’immigrato (qualche settimana fa, nella baraccopoli di San Ferdinando di Puglia) muore impiccato: suicidio o “istigazione al suicidio” da parte di uno Stato/governo impegnato a finanziare arsenali militari e guerre?
• Paola (CS): sempre sabato, un giovane senegalese muore schiacciato, dicono le scarse cronache, da una colonna di cemento utilizzata per l’allestimento delle docce (non è molto chiaro), nel corso di lavori in una stazione balneare. Intanto il lavoro di sabato fa pensare a carichi di lavoro eccessivi (può non essere così: si vedrà dall’inchiesta), ma ritorna l’annoso problema: quale valutazione del rischio è stata fatta a monte dell’evento? Sufficiente, esaustiva? Difficile che, ammesso sia stata fatta, risponda a questi requisiti. Si insiste spesso, da parte di soggetti e di istituzioni “parolai/e”, sulla parola magica “cultura della prevenzione”: un messaggio che equivale a una sorta di panacea universale.
Ai “parolai” dobbiamo tornare a dire: la cultura della prevenzione (nel senso della conoscenza) è un valore, ma è un importante prerequisito a cui deve però fare seguito il potere della prevenzione. Se il povero operaio senegalese di 23 anni aveva questo o quel livello di “cultura della prevenzione”, quale potere aveva di mettere in pratica le sue conoscenze per contrastare le sue percezioni del rischio?
Sarebbe necessario che “i parolai” (peraltro molto loquaci “il giorno dopo”, al funerale o alla commemorazione del morto) parlassero con i lavoratori.
Scoprirebbero la grande cultura della prevenzione che i lavoratori, soprattutto se auto-organizzati in gruppi operai omogenei, hanno già, ma che non possono o non riescono a mettere in pratica perché “il padrone dice: fare in fretta”.
Onestamente: non è che siamo più “intelligenti” dei parolai (spesso ipocriti). È che noi “parliamo con i lavoratori”. È necessario che lo facciano tutti.
In conclusione, se vogliamo fermare le stragi:
• Il tragitto casa-lavoro sia oggetto di rigorosa valutazione del rischio: percorsi, velocità, condizioni di riposo di chi è alla guida del mezzo.
• Il tragitto casa-lavoro sia considerato per quello che è: tempo di lavoro e non tempo di vita.
• Il tragitto casa-lavoro sia considerato tempo di lavoro e dunque sia retribuito: magari si ridurrà il rischio di pigiare sull’acceleratore?
• Il DVR, ovunque, sia un documento pubblico, nel senso di accessibile a tutti i lavoratori e non solo “in visione” ai soli RLS (che, peraltro, spesso non sono neanche nominati).
Vito Totire, portavoce della Rete Nazionale Lavoro Sicuro, via Polese 30, 41022 Bologna.
Bologna, 10 maggio 2026