Il 7 luglio scorso è stata ascoltata in Commissione Affari Sociali del Senato la dott.ssa Nicoletta Pannuzi, in rappresentanza dell’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) che ha illustrato una dettagliata relazione sullo stato di «salute» della sanità italiana.

Secondo i dati del Sistema dei Conti della Sanità presentati dall’ISTAT, nel 2025 la spesa sanitaria italiana ha raggiunto 190,1 miliardi di euro, pari all’8,4% del PIL. Il settore pubblico ha finanziato 140,8 miliardi, corrispondenti al 74,1% della spesa complessiva, mentre 42,4 miliardi, pari al 22,3%, sono stati sostenuti direttamente dalle famiglie; ulteriori 7 miliardi sono riconducibili ai regimi di finanziamento volontari. Tra il 2019 e il 2025 la spesa pubblica è cresciuta mediamente del 3,6% annuo, a fronte di un incremento medio del 2,2% della spesa diretta delle famiglie. In termini cumulati, la componente pubblica è aumentata da 113,8 a 140,8 miliardi, mentre la spesa delle famiglie è passata da 37,1 a 42,4 miliardi. Questi aumenti non tengono conto dell´inflazione, cioè sono inferiori all´aumento dei costi.

La relazione è molto ricca di dati e meriterebbe una discussione pubblica proprio per far crescere la consapevolezza dei rischi che incombono sul servizio sanitario pubblico. Si parla non solo di finanziamento ma anche di prevenzione e di stato di salute nelle diverse parti d´Italia.

L’Italia presenta una speranza di vita complessivamente molto elevata, pari a 83,7 anni nel 2025, ma caratterizzata da rilevanti disuguaglianze territoriali. La longevità è generalmente maggiore nelle regioni settentrionali e centrali e più bassa nel Mezzogiorno, con una differenza di quasi tre anni tra la Provincia autonoma di Trento e la Campania. Le disuguaglianze diventano molto più marcate quando si considera la qualità degli anni vissuti: la speranza di vita in buona salute varia infatti dai 67,9 anni della Provincia autonoma di Bolzano ai 52,6 anni della Calabria, con un divario superiore a quindici anni.  Il messaggio principale non è dunque soltanto che al Sud si vive mediamente meno, ma soprattutto che si vive per un numero molto maggiore di anni in condizioni di salute non buona o con limitazioni.

Nel documento si parla anche di mortalità evitabile, un indicatore molto interessante. Essa viene distinta in mortalità trattabile, legata a decessi che potrebbero essere evitati attraverso diagnosi tempestive, cure appropriate e servizi sanitari efficaci, e in mortalità prevenibile, riferita a decessi riducibili attraverso prevenzione primaria, politiche di sanità pubblica e modificazione dei fattori di rischio, come fumo, alcol, alimentazione, sedentarietà e comportamenti pericolosi.

Nel 2023 il tasso italiano di mortalità evitabile è pari a 16 decessi ogni 10.000 abitanti sotto i 75 anni. Il dato è in diminuzione rispetto al 2022 ed è tra i più bassi in Europa. Tuttavia, la buona performance nazionale nasconde differenze territoriali rilevanti.

Il Nord-est presenta il valore più favorevole, con 14 decessi evitabili ogni 10.000 abitanti, mentre nel Mezzogiorno il tasso sale a 18,1 per 10.000. Il divario è quindi di oltre quattro decessi ogni 10.000 abitanti, circa il 29% in più nel Mezzogiorno rispetto al Nord-est.

Questo consente una lettura importante: un’elevata mortalità trattabile segnala soprattutto possibili problemi di accessibilità, tempestività e qualità dell’assistenza sanitaria; un’elevata mortalità prevenibile richiama invece l’efficacia delle politiche di prevenzione e il peso dei comportamenti e dei determinanti sociali della salute.

Si rinvia ad una lettura del documento che analizza molti altri fattori.

Alcuni commenti

Oltre a qualche resoconto giornalistico su questi dati non risultano prese di posizione politiche, soprattutto dalle regioni del Sud. Sono molto pubblicizzati i report dell´Agenas con la relativa classifica dove ormai tutte le ragioni, tranne tre, raggiungono la sufficienza nella disponibilità dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Ma una cosa è avere la presenza in regione di una prestazione e un´altra è la sua concreta accessibilità da parte del cittadino, soprattutto tutt´altra cosa è la condizione di salute della popolazione.

Le regioni con indicatori più bassi dovrebbero cambiare l´indirizzo delle loro politiche sanitarie proprio perché i deficit e i relativi piani di rientro richiedono tagli di spesa, mentre la situazione meriterebbe maggiori investimenti. Rincorrere il Nord può essere un errore fatale, anche perché il Nord in Sanità non è uniforme. Per esempio ricopiare il modello lombardo, dove la presenza del privato è maggiore che in altre regioni, oltre ad essere una scelta molto costosa non produce risultati di salute proporzionali alla spesa come anche questa relazione ISTAT dimostra.

Le regioni del Sud dovrebbero aggredire nell´immediato le condizioni di salute più sfavorevoli e migliorarle con interventi di prevenzione meno costosi, diminuendo così il bisogno di cure che, al contrario, richiede risorse molto elevate. Lavorare per prevenire o correggere una obesità costa molto meno che curarne le complicanze.

Maurizio Portaluri

14 luglio2026