I medici del Minnesota denunciano
Sono 598 i medici e 5 le organizzazioni professionali che hanno sottoscritto un documento in cui denunciano gli effetti negativi sulla salute dei cittadini dello Stato del Minnesota (USA) prodotti dal clima di «caccia alla strega» introdotta dall’ Immigration and Customs Enforcement (ICE) negli ultimi mesi.
“Ed eccoci qui, costretti a condividere le nostre storie in questo momento, affinché il resto del Paese sappia cosa sta accadendo nel nostro Stato. Siamo testimoni del danno che la paura può arrecare alla salute di una comunità” scrive sulla più importante rivista medica statunitense, The New England Journal of Medicine, in un editoriale intitolato “We do care” (“Noi dobbiamo curare”) apparso il 29 gennaio scorso, il dr. Bernard E Tapperey, medico pediatra e primo firmatario per conto dell’associazione Minnesota Physician Voice.
“Con l’aumento della presenza dell’ICE, le nostre agende ambulatoriali si sono riempite di appuntamenti mancati. I volumi dei pazienti sono crollati nei nostri pronto soccorso”.
Si tratta in un evento, quello dell’intervento dell’ICE, ad alto impatto sanitario sulla popolazione più fragile. Non sono pazienti insensibili alle cure, sono solo terrotizzati. Quando vengono richiamati dai loro medici dicono che hanno paura di uscire di casa, di guidare, di prendere un autobus. Paura di attraversare un parcheggio per raggiungere una clinica. Non sono solo immigrati senza documenti a essere colpiti; anche migranti documentati che si trovano qui legalmente e sono cittadini statunitensi.
L’impatto sulla salute è molto concreto: appendici che si rompono, infezioni che si trasformano in sepsi potenzialmente letali, pazienti messi sotto ventilazione in terapia intensiva quando cure tempestive avrebbero potuto evitare tutto questo. E a volte è troppo tardi; quelle ore di attesa nella paura diventano le ultime.
“I bambini non sono esenti da questa crisi – si legge nell’appello – Nelle nostre cliniche mancano appuntamenti per epilessia, diabete, ritardi dello sviluppo e condizioni mediche complesse. Nell’unità di terapia intensiva neonatale, assistiamo neonati gravemente malati i cui genitori sono troppo spaventati per recarsi in ospedale a confortarli. Nei nostri quartieri, bambini innocenti sono stati esposti ai gas lacrimogeni usati da agenti federali, oltre che alla violenza. I bambini soffrono la fame mentre l’insicurezza alimentare peggiora”.
La presa di mira ingiustificata delle comunità immigrate hanno generato paura, dolore e divisione, e le conseguenze emotive si osservano ogni giorno: sintomi di disturbo post-traumatico da stress, con tentativi di suicidio. Famiglie spezzate, comunità lacerate dall’incertezza e dalla perdita.
Tapperey elenca, poi, situazioni concrete di terrore: donne in travaglio che sono terrorizzate alla sola idea di rispondere al telefono; una donna incinta trascinata attraverso la neve da agenti federali, le pazienti che scelgono di restare a casa piuttosto che rischiare l’assistenza prenatale. Alcuni medici neri hanno scelto di lasciare la loro dimora abituale per poter continuare a prendersi cura della gente del Minnesota sapendo che, oggi, “la quantità di melanina nella pelle pesa sui titoli di studio che abbiamo conseguito e sulle persone che siamo diventati”. I medici lavorano più ore, assistono i malati personalmente o camminano sottobraccio con colleghi vulnerabili fino alle loro auto. Una pediatra che ha ripetutamente insistito per poter controllare il polso di Alex Pietti, nel tentativo di eseguire una rianimazione cardiopolmonare ma le è stato impedito. Un video mostra un uomo che, identificandosi come medico e implorando di lasciarlo prendersi cura di Renée Nicole Good, per controllarle il polso, di assisterla nei suoi ultimi momenti di vita, viene respinto da un agente federale armato con la frase: “Non mi interessa”.
“Siamo medici del Minnesota – si conclude l’appello – che si prendono cura delle persone del Minnesota, indipendentemente dal fatto che condividiamo o meno le opinioni dei nostri pazienti sullo status migratorio o sulle convinzioni politiche. Ci prendiamo cura dei nostri pazienti perché sono esseri umani. I nostri pazienti stanno subendo danni. Le persone stanno morendo inutilmente.
E così, per difendere i nostri obblighi professionali, chiediamo un immediato stop alla violenza e al trauma inflitti ai nostri pazienti e alle nostre comunità dall’ICE. Imploriamo tutte le nostre comunità mediche di usare il potere della propria voce, così come della propria competenza clinica, per proteggere i nostri pazienti e le nostre comunità“.
Maurizio Portaluri
9 febbraio 2026