Caro Antonio ho spedito a te e a Cinzia un libro perché mi sembra eccezionale. Mi interessa molto sapere cosa ne pensate voi.” (Adele Corradi)

Adele è una donna straordinaria, una delle poche persone che ha avuto una conoscenza profonda e di prima mano del priore di Barbiana don Lorenzo Milani e della sua scuola. L’abbiamo conosciuta personalmente in occasione della presentazione anche a Brindisi del suo: “Non so se don Lorenzo… (I edizione) il 25 ottobre 2013.

Adele, anche Lei artista della parola, con il suo straordinario libro ha decostruito il mito di don Milani, senza rovesciarlo ma restituendone la figura alla sua complessità. Con il risultato di dare voce non più al santino o al diavoletto edificati dai suoi fans o dai suoi detrattori ma al personaggio in carne ed ossa.

Adele ci ha regalato un libro di Michele Cecchini. Chi è costui?

Insegna lettere in istituto scolastico di Livorno. E scopri, scopri…è un collega e insegna nello stesso istituto di Benedetta Braccio, carissima amica brindisina, trapiantata nella città toscana, anche lei insegnante di lettere, che ci ha aperto un ampio orizzonte sulla produzione letteraria del collega[1]. Andiamo con ordine.

Il romanzo ricevuto in regalo ha per titolo: “E questo è niente” con sottotitolo: “la mia vita è rimasta a metà e quel momento è diventato per sempre” (edizione Bollati Boringhieri). Nella dedica del libro c’è una breve traccia per scoprire l’interesse di Adele Corradi al libro: “Questo libro è dedicato a mio padre Sergio. Allievo di Adriano Milani, nel 1966 aprì a Lucca, in Piazza San Pierino, un Centro per bambini con paralisi cerebrale infantile”.

Il protagonista della vicenda è “un coso di nome Giulio” (26). “Una targhetta attaccata a una sbarra del lettino (…) dice: Coso tetraplegico casalingo”, ed ecco soddisfatte le curiosità” (41) dei lettori.

È ambientato “in via Luigi Cadorna, già via del sonno”, di un piccolo borgo della campagna toscana.  Gli abitanti di questa via vengono colpiti da una inspiegabile letargia, “insomma, succede che bùm! una botta di sonno all’improvviso piove sulla testa delle persone” (20). 

La trama

È il 1966 e Giulio, “il coso celebroleso”, come altri suoi simili, era considerato una vergogna e perciò era tenuto nascosto: Il nonno “mi tiene alla larga dai curiosi e dagli scocciatori portandomi in camerina(31)”.  

Giulio, però, è un celebroleso che dal suo lettino osserva, pensa e rielabora la vita della sua famiglia, intercetta parole e ascolta frasi che rilegge a modo suo, sempre contrapponendo il suo mondo a quello dei cosiddetti “normali”, quello del nonno, del padre e della madre e dei loro amici o vicini di casa. Giulio, pur nel suo isolamento, ha sulla normalità che lo circonda uno sguardo sorprendente, carico di fantasia, scanzonato, inevitabilmente un po’ triste ma pieno di speranza, animato dal principio di lasciarsi “amare dalla vita come viene viene”.

Lo sguardo di Giulio da “coso” sui cosiddetti normali è raccontato in 21 componimenti così titolati: Il mio nonno è formidabile!, Via Luigi Cadorna, già via del sonno, Il coso che sarei io, Come non ricordare, Formiche, Culo di gallina, Naso naso!, Babbino mio che sei nell’orto, Tale babbo tale nonno, Le amiche del nonno, La mia mamma caparbia e pretenziosa, Pube, Nella pancia della mamma, Ciaociao, Babbo in cielo, Congenito, Cavoli amari e melanzane, Dottori alla rovescia, Io al Centro, Tutti sveglioni, Vers’immare.

Il racconto è unito dal filo rosso delle varie ipotesi che i “normali” fanno per spiegare la strana letargia che solo nel finale del romanzo, a sorpresa, troverà la spiegazione del fenomeno.

 Ciò che veramente conta nel libro, però, è la particolare visione della vita da parte di Giulio, visione triste ma non infelice, come pensano “i normali che rimangono gli esseri più misteriosi e più scontenti di tutti (23)”.

Le ultime pagine del romanzo hanno il sapore di “testimonianza politica” gigantesca verso i soggetti deboli tetra ma non solo.

I due dottori

Se fino ad allora la quasi totalità della città umana “normale” preferiva non vedere Giulio e quelli come lui, li teneva appartati o chiusi tutti insieme in manicomi se matti, in classi differenziali se divergenti dalla maggioranza degli abili, in convento se donne non maritate nella convinta speranza che si estinguessero e non intaccassero la nobile stirpe italica, agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso alcuni pionieri aprono un pertugio in questa visione non lontana dal razzismo. Il dottor Basaglia in quegli stessi anni si accorge dei matti e rompe la vergogna dei manicomi, altri si accorgono del sedicenne Giulio.

Due dottori vanno per i paesi, dottori alla rovescia, alla ricerca di tanti piccoli pazienti invisibili come lui convinti della necessità della loro inclusione e visibilità. E per questi “cittadini che hanno pari dignità (…), senza distinzione (…), di condizioni personali” (art 3 della Costituzione) Giulio testimonia che i due dottori avviano una rivoluzione pionieristica e copernicana. Cecchini nel romanzo fa i nomi di Adriano Milani, fratello di don Lorenzo, e del dottor Nardi, nella fiction del romanzo, corrispondente al dottor Sergio Cecchini, padre di Michele, allievo e membro dell’équipe di Adriano Milani.

Ad Adriano Milani, rivoluzionario neuropsichiatra infantile italiano, “medico al contrario”, si deve, tra le altre cose, la attenta ricerca e l’inserimento dei bambini disabili nelle scuole del nostro paese non più in classi o sezioni separate ma insieme ai coetanei normodotati. È stato un pioniere di una sanità ispirata ai diritti costituzionali delle persone con disabilità, spesso recluse in casa o nascoste dalle famiglie per vergogna.  Sostenitore della necessità di una “medicina riabilitativa e interdisciplinare”, inventò il lavoro in équipe per i “tetra” e si fece portavoce “politico” di un concetto nuovo di disabilità, battendosi per garantire pari dignità e inserimento sociale.

In poche pagine, nel finale del romanzo, Cecchini tratteggia le due figure di dottori, quella di Adriano Milani e quella del suo discepolo dottor Sergio Cecchini, visti con gli occhi di Giulio.

“I normali cercano i dottori per le guarigioni e gli aggiustamenti e i dottori sono affaccendati a fare un po’ per uno e accontentare tutti. Il dottor Nardi invece è lui che va a caccia dei tetra pazienti, che se ne stanno rintanati nelle loro camerine alla larga dai normali”. (…).

“Il dottor Adriano l’ho conosciuto al volo, appena arrivato, e mi ha spiegato per filo e per segno tutto quanto. Senza dirlo tra sé e sé, ma proprio a me, perché l’ha capito subito che c’ho una corteccia niente male. Il dottor Adriano ha una grande dimestichezza con i tetra” (125).

“Questo che il dottor Adriano ha messo in piedi è un centro unico: hai voglia di cercare, non ne trovi altri così. Dentro ci stanno centocinquanta tetra e lui lo ha inventato per riunirci e questa è una grande idea.

Ma il dottor Adriano è diventato tra i miei preferiti assoluti perché tempo fa mi ha detto che mi porterà al mare. E io ci credo, perché il dottore Adriano non è certo uno che dice tanto per dire, come fanno sempre i normali, che un attimo dopo se lo sono già scordato. Allora penso che le persone migliori fanno il dottore di mestiere” (126).

“Io al Centro non è che ci vado volentieri, non vedo proprio l’ora! Centocinquanta tetra vuol dire centocinquanta storie, trecento genitori, seicento nonni” (126).

“(…) ci troviamo in Italia e di preciso in un pezzo che si chiama Toscana io sto al Galluzzo che è un posto dalle parti di Firenze, la città dove si trova il Centro del dottor Adriano e di tutto” (127).

“Il dottore Adriano sa quello che dice e non è un imbroglione. Infatti pensa che non ci si deve aspettare granché da noi, perché dice che siamo patologici, cioè che bisogna patire, e che siamo senza possibilità di recupero, cioè per noi la guarigione proprio non è prevista, hai voglia a essere amico della Chiesa.

Allora la cura del dottor Adriano consiste nel farci peggiorare il più piano possibile, lasciandoci un po’ più di tempo per ascoltare e guardare le cose della vita” (128).

“Insieme a lui ci sta pure il dottor Nardi, che è la gavetta del centro. Cerca di imparare tutto, ma proprio tutto, perché tra qualche tempo aprirà anche lui il suo, di Centro, uguale uguale a questo ma più piccino, in un posto poco lontano da qui che si chiama Lucca” (130).

“Il dottor Nardi e il dottor Adriano sono tra i pochi dottori disponibili a occuparsi dei nostri casi. E io lo capisco che siano pochini. I dottori di solito vogliono aggiustare gli ammalati ma con noi patologici senza speranza è tutto il lavoro inutile e allora tanto vale non farne di niente.

 il dottor Adriano si è dato tanto da fare per costruire il Centro e ha fatto tutto lui. All’inizio, quando io non c’ero, hanno cominciato a radunare i tetra in uno scantinato dell’ospedale perché il dottor Adriano rompeva le scatole. Diceva che dovevamo avere un posto nostro e non stare in una zona dell’ospedale che deve essere all’aperto e coltivata, visto che si chiama ortopedia.

Sicché insisti insisti gli hanno dato il contentino dello scantinato. Poi siccome la cosa è andata avanti, alla fine picchia e mena ha aperto questo centro, però a lui mica gli è passata l’arrabbiatura e ogni volta se la prende con i tizi che stanno in alto, anche se io pensavo che qui ci fosse solo il piano terra. Il dottor Nardi dice che per protesta il dottor Adriano non se lo mette il vestito bianco come tutti. Infatti all’inizio l’ho scambiato per l’elettricista.

Il dottore Adriano dice di voler difendere i deboli e mi sa che parla di noi, perché ci ritiene così. Al dottor Adriano, che di cognome fa Milani, tutti chiedono sempre del fratello, e non ho capito perché. Pare che sia uno della Chiesa, tanto per cambiare. Forse anche il fratello è uno dei deboli, e il dottor Adriano si occupa di lui” (131).

“Il dottor Nardi quando non è da noi a imparare il mestiere se ne va per i paesini in cerca di casi tetra nei paraggi. Chiede ai dottori, ai tizi della Chiesa, ai venditori delle palline della salute se per caso ne hanno visto in giro uno.

Quando li scova, al babbo e alla mamma gli fa sapere del Centro, degli stiracchiamenti e tutto il resto, senza promettere il miracolo ma il sollevamento.

Sì, lui e il dottor Adriano hanno il coraggio di farci la vita ancora più bella” (132).

Adriano Milani Comparetti[2]

Queste semplici e precise pennellate che Giulio fa dei due medici vogliono dire che i due non si sono limitati a essere buoni medici. Dimostrano che è possibile un’altra società, dove tutti si fanno carico dei più fragili. Ma se tutte le emarginazioni sono inammissibili, quelle dei disabili come Giulio sono ancora più odiose: i disabili sono soli e con pochissimi strumenti per difendersi. Sono i più fragili tra i fragili, hanno unicamente le loro famiglie e poche associazioni, per lo più sostenute sempre da familiari, come baluardo sicuro per il mantenimento in vita della loro dignità di cittadini e per il diritto a esistere.

Solo dopo una lunga battaglia per superare le resistenze della politica e della burocrazia, Milani Comparetti riuscì a far approvare una legge (la n. 517/1977) che sancisce il diritto dei disabili a una vita scolastica inclusiva e quello di essere integrati nella società.

La legge fortemente voluta da Adriano Milani è considerata di sicuro la più avanzata in Europa. Rimane un sostegno debolissimo per i più fragili fra i fragili, avrà sicuramente dei limiti di applicazione, ma è scandaloso che, a più di 50 anni di distanza, sia intervenuto un candidato alle europee, “un eroe da mitraglia vigliacco con i fragili” (in “La Stampa” del 28 aprile 2024), non con la proposta di volerla migliorare ma per metterla in discussione.

Siamo sicuri che, oltre 50 anni dopo, molti diritti sembrano ormai acquisiti e non si torna indietro, anche se tanta strada resta ancora da fare per una piena autonomia e inclusione. E per garantire anche alle persone tetraplegiche il diritto alla felicità.

La storia personale di Adriano Milani Comparetti, di cui Cecchini fa memoria, è esemplare delle scelte di una generazione di uomini che ha cercato e trovato nell’impegno professionale il modo per costruire una società più giusta, continuando così a dare alimento agli ideali che li avevano portati a combattere nella Resistenza.

È un vero peccato che il nome e l’opera di Adriano Milani Comparetti siano rimasti per così tanto tempo oscurati dalla fama planetaria del fratello Don Lorenzo.

In quale forma di romanzo incasellare “E questo è niente”?

Il romanzo di Cecchini non ha sapore moralistico o didascalico o di denuncia. È il capolavoro di un artista. Si immerge in Giulio, vede con i suoi occhi, guarda e insieme sogna, vede più in profondità e annuncia un modo diverso di vedere e di capire le cose. La sua è la voce dei sogni e delle inquietudini umane e per questo agisce come coscienza critica della società. E la voce di chi crede che non esiste un unico modo di guardare alla vita perché il mondo può essere in tanti modi differenti.

E questo e niente” è bello, fresco, interessante, ironico. Da invidiare la scrittura che sa molto di realismo magico. Nel leggerlo sembra di ascoltare un racconto di Roberto Benigni e di immergersi nella poesia onomatopeica del poeta di Castelvecchio Pascoli. Non ho conosciuto scrittori che abbiamo trattato aspetti di “una umanità disumanata” (come direbbe Brecth) in modo lieve e profondo come ha fatto Cecchini in questo romanzo.

Ha ragione Adele Corradi quando scrive:

“Quelle poche pagine in cui (il romanzo di Cecchini) parla di Adriano Milani, fratello di don Lorenzo, mi hanno particolarmente impressionato perché l’ho conosciuto e sono convinta che se esiste il Paradiso a lui è di certo toccato un posto. Migliore di quello del suo famosissimo fratello”.

A me tutto il romanzo ha impressionato anche perché è un tentativo originale e semplice di entrare dentro la condizione umana per la via della rappresentazione letteraria. Se l’arte è vita e discorso sulla vita, un’opera diventa “classica” quando tutti in qualche modo la possono sentire come propria. Come questa del prof. Cecchini.

Antonio Greco

16 maggio 2024


[1] Rinviamo al blog: https://michelececchini.it/. Ha scritto anche altri romanzi: Un morso all’improvviso (2023) e Il cielo per ultimo (2019) per Bollati Boringhieri. Nel 2015 ha pubblicato Per il bene che ti voglio e nel 2010 Dall’aprile a Shantih per le Edizioni Erasmo.

[2] n. il 4 febbraio 1920/ m. il 12 aprile 1986.