Il 26 settembre 2026 alcune donne di Seveso si sono recate a Manfredonia per le celebrazioni del cinquantesimo anniversario della dispersione nell´ambiente di 39 tonnellate di anidride arseniosa dall’impianto chimico ANIC. Il 28 ottobre scorso a Meda, il comune in cui aveva sede la ICMESA, le donne di Manfredonia hanno ricambiato la visita durante un incontro svoltosi a Meda

Di seguito una sintesi dell’intervento di Maurizio Portaluri in ricordo di Nicola Lovecchio, operaio ANIC che svelò i tumori da arsenico 20 anni dopo l´incidente e permise i successivi studi scientifici.

Molti studi, poca prevenzione

Una fotografia del 1996 ritrae il medico radioterapista Maurizio Portaluri accanto a Nicola Lovecchio, operaio dello stabilimento petrolchimico di Manfredonia. Sullo sfondo si riconosce l’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, dove Portaluri lavorava in quegli anni.

Il loro incontro risaliva al 1994, quando Lovecchio, operato per un tumore del polmone, si era rivolto all’ospedale per proseguire le cure. Il fatto che non fosse fumatore indusse Portaluri ad approfondirne la storia professionale. Lovecchio raccontò di aver lavorato come capoturno nel reparto insacco dello stabilimento petrolchimico di Manfredonia.

In quel periodo Portaluri aveva cominciato a interessarsi ai rapporti tra lavoro, ambiente e salute, anche attraverso la lettura della rivista Medicina Democratica. Lo colpiva soprattutto l’ingiustizia rappresentata dalle malattie contratte a causa del lavoro, un’attività che avrebbe dovuto garantire ai lavoratori e alle loro famiglie condizioni di vita migliori.

Le prime ricerche nella letteratura scientifica sulle possibili esposizioni professionali di Lovecchio non produssero risultati significativi. Fu l’incontro con Luigi Mara, figura storica di Medicina Democratica, a cambiare il corso della vicenda. Durante un congresso, Mara informò Portaluri dell’incidente avvenuto nel 1976 nello stabilimento di Manfredonia, quando una grande quantità di arsenico era stata dispersa nell’ambiente. Fino a quel momento il medico non era a conoscenza dell’episodio.

Da allora si sviluppò una collaborazione che andò ben oltre il rapporto tra medico e paziente. Lovecchio descriveva il funzionamento degli impianti, le lavorazioni e le condizioni di esposizione; Portaluri cercava di interpretarne le possibili conseguenze sanitarie attraverso le conoscenze scientifiche. Si incontravano così due forme di sapere: l’esperienza diretta del lavoratore e la competenza del medico.

Portaluri suggerì a Lovecchio di cercare altri colleghi che avessero sviluppato malattie analoghe. Nonostante le difficoltà e la diffidenza di alcuni lavoratori, furono individuati circa quindici casi, ai quali si aggiunsero ulteriori pazienti conosciuti attraverso l’attività ospedaliera.

Nel 1996, insieme a Medicina Democratica, venne presentato un esposto alla magistratura. La Procura di Foggia avviò un’indagine condotta dalla dottoressa Lidia Giorgio, con il contributo di consulenti scientifici e tecnici. Furono acquisiti documenti sulle condizioni di lavoro, sulle esposizioni e sulle patologie dei dipendenti dello stabilimento.

Il processo, iniziato nel 2002, riguardò complessivamente 37 casi. Prima della sentenza, numerose parti civili, tra cui il Comune di Manfredonia, rinunciarono a proseguire la propria partecipazione al procedimento a seguito di accordi economici che prevedevano il riconoscimento di circa 30.000 euro per ciascun lavoratore deceduto e di 15.000 euro per ciascun lavoratore ammalato ancora in vita. Non aderirono a tali accordi la famiglia Lovecchio e Medicina Democratica, che mantennero la propria posizione nel processo. Quegli indennizzi, pur modesti rispetto alla gravità dei danni subiti e incapaci di compensare la perdita della salute o della vita, rappresentarono uno dei pochi risultati concretamente positivi dell’intera vicenda per i lavoratori e le loro famiglie.

Il giudizio di primo grado si concluse nel 2007 con l’assoluzione degli imputati. Seguirono l’appello e la pronuncia definitiva della Corte di Cassazione nel 2012.

Al di là degli esiti giudiziari, l’indagine ebbe un merito fondamentale: rese disponibile una documentazione preziosa, difficilmente acquisibile attraverso i normali strumenti della ricerca. Tra questi materiali figuravano gli elenchi dei lavoratori, le informazioni sulle mansioni e i dati biologici delle esposizioni, comprese le misurazioni dell’arsenico urinario.

Una parte di questi ultimi dati non è stata successivamente recuperata, una perdita significativa nonostante i limiti delle metodiche analitiche disponibili nel 1976, che non consentivano di distinguere adeguatamente le forme organiche e inorganiche dell’arsenico.

Durante il procedimento giudiziario era già stata condotta un’indagine epidemiologica che aveva evidenziato un eccesso di tumori polmonari tra i lavoratori maggiormente esposti, in particolare tra i facchini. Si osservò tuttavia che il tempo trascorso dall’incidente poteva essere ancora insufficiente per valutare pienamente gli effetti oncologici a lungo termine.

La ricerca è proseguita e nel 2024 è stato pubblicato un nuovo studio epidemiologico, con un periodo di osservazione esteso a oltre quarant’anni dall’incidente.

I risultati hanno evidenziato differenze nella sopravvivenza tra gruppi di lavoratori. In particolare, la probabilità dei lavoratori dell’area plastica di sopravvivere per 45 anni dopo l’incidente risultava equivalente a quella dei lavoratori delle ditte appaltatrici di sopravvivere per 40 anni.

Sono inoltre emersi aumenti della mortalità per tumore del polmone in specifici gruppi professionali e tassi di mortalità per neoplasie respiratorie più elevati tra i lavoratori residenti a Manfredonia rispetto a quelli residenti altrove. L’aggiornamento della coorte ha consentito anche di considerare lavoratori non inclusi nelle precedenti indagini, contribuendo a una ricostruzione più completa delle conseguenze sanitarie delle esposizioni.

È proprio a partire da questi risultati che Portaluri propone una riflessione sul rapporto tra ricerca scientifica e responsabilità sanitaria.

Se il compito del ricercatore è studiare i fenomeni, analizzare i dati e produrre nuove conoscenze, quello del medico è anche interrogarsi sulle possibilità di utilizzare tali conoscenze per tutelare concretamente la salute delle persone.

La disponibilità degli elenchi dei lavoratori, la ricostruzione delle esposizioni e l’identificazione di gruppi con un aumento della mortalità per tumore polmonare avrebbero potuto costituire, secondo Portaluri, le premesse per organizzare percorsi di sorveglianza sanitaria e prevenzione mirati.

Già da diversi anni, infatti, le evidenze scientifiche indicano che lo screening del tumore polmonare mediante TC a bassa dose può ridurre la mortalità nei soggetti ad alto rischio opportunamente selezionati. Sarebbe stato quindi ragionevole valutare programmi specifici per gli ex lavoratori dello stabilimento, tenendo conto dei rispettivi profili individuali di rischio.

Un ragionamento analogo riguarda la popolazione generale e le criticità segnalate dagli studi sugli esiti riproduttivi e sulle malformazioni congenite. Senza attribuire automaticamente ogni evento all’incidente industriale, la presenza di segnali epidemiologici avrebbe meritato un’attenzione continuativa e servizi di prevenzione adeguati.

Secondo Portaluri, tuttavia, la traduzione delle conoscenze disponibili in interventi concreti di tutela sanitaria non è avvenuta nella misura che sarebbe stata auspicabile.

Il medico ha partecipato alle iniziative per il trentesimo e il quarantesimo anniversario dell’incidente di Manfredonia e, nel 2026, anche a quelle per il cinquantesimo. Nel ricordare il lungo tempo trascorso, osserva con una punta di ironia che i suoi capelli non sono più quelli della fotografia del 1996, né per numero né per colore.

Ma la considerazione conclusiva è soprattutto professionale e umana.

Ripensando a Nicola Lovecchio, agli altri lavoratori, alle loro famiglie, alle battaglie per il riconoscimento delle malattie professionali, alle indagini giudiziarie e agli studi scientifici, Portaluri esprime un rammarico: che tutte quelle conoscenze non siano state utilizzate anche per aiutare qualcuno a vivere più a lungo e in migliore salute.

A suo giudizio, ciò che è mancato non è stata la ricerca, né l’impegno dei lavoratori o il tentativo di ottenere giustizia, ma la capacità di trasformare pienamente le evidenze raccolte in iniziative concrete di prevenzione.

A cinquant’anni dall’incidente, è questo il messaggio che la sua testimonianza consegna alla riflessione collettiva: conoscere i danni e riconoscere le responsabilità è indispensabile, ma utilizzare ciò che si è imparato per prevenire nuove malattie e nuove morti rappresenta il modo più concreto per dare significato alla memoria.

30 ottobre 2026